| appunti di viaggio di Alessandro Gaeta, inviato speciale del tg1 |
| giovedì, maggio 20, 2004 Razzi contro gli italiani. Tregua finita? A Nassiriya la calma è durata molto poco. Dopo la ritirata dei miliziani di Al Sadr che nella notte tra domenica e lunedì erano stati bombardati dagli aerei americani, questa mattina all’alba il comando italiano che è ospitato all’interno della base americana di Tallil si è risvegliato al sibilo di due razzi Rpg. Niente danni perché i proiettili hanno esaurito la loro spinta prima di raggiungere tende e costruzioni dell’accampamento militare. Ma se mi ricordo bene è la prima volta che i miliziani si spingono così vicino alla base americana, apparentemente ben difesa. Lo diceva nella sua prima e unica telefonata a casa anche Matteo Vanzan, il lagunare colpito dai mortai domenica pomeriggio: “la situazione a Nassiriya è molto cambiata”. Tragicamente vero. Eppure la frase pronunciata a caldo dal padre appena ricevuta la notizia della morte del figlio è già stata archiviata: “questa non è più una missione di pace”. La frase che ha colpito tutte le persone comuni non ha aperto un gran dibattito sui giornali. A Camponogara il paese in provincia di Venezia dove il ragazzo viveva, oggi è stato il giorno dei solenni funerali: retorica tanta, polemiche nessuna anche se il sindaco lunedì aveva avvisato Fini –che oggi ha partecipato alle esequie- che il loro è un paese di pacifisti. Oggi la vicenda della seconda battaglia di Nassiriya si chiude con un dibattito in parlamento. Esito scontato: niente ritiro perché Bush ha promesso che entro la fine del mese l’Iraq avrà un governo “vero”. Formato da iracheni doc, scelti però dagli americani. La farsa tragica continua. Come continuerà il controllo militare sull’Iraq di americani e alleati. Mentre la rogna della ricostruzione peserà tutta sull’Onu che già rischia di arrivare con il fiatone al “passaggio dei poteri” del 30 giugno. La titubanza di Kofi Annan ad assumere un ruolo centrale in Iraq non è legata solo al presente ma soprattutto al passato. L’embargo, che in dodici anni ha portato il paese al collasso aveva la benedizione delle Nazioni Unite. L’accordo “Oil for food” che sottraeva agli iracheni i proventi del greggio nasce da risoluzioni delle Nazioni Unite. L’applicazione di divieti assurdi come quello di importare vaccini perché potevano essere utilizzati per realizzare armi chimiche, spettava alle Nazioni Unite. E anche la responsabilità dei bombardamenti del 1998 ricade in buona sostanza sul Palazzo di Vetro. Gli iracheni cacciarono gli ispettori dell’Onu ma a bombe cadute questi ultimi confidarono: dipendiamo dalle Nazioni Unite ma collaboriamo con la Cia. lunedì, maggio 17, 2004 Una farsa che sta diventando tragedia Non conoscevo Matteo, la sua missione è iniziata quando la mia volgeva al termine. Ma conoscevo alcuni dei carabinieri morti a novembre. Tutti erano partiti con in testa l’idea che partecipavano ad una missione di pace. Ricordo Alfio Ragazzi, carabiniere di Messina che con Alfonso Trincone, carabiniere di Roma faceva a gara a tirare bottiglie d’acqua ai ragazzini che aspettavano le pattuglie italiane lungo le strade. Ricordo Enzo Fregosi che ogni volta che si fermava ad Al Gharaf per comprare il ghiaccio veniva accolto a braccia aperte dal titolare della fabbrica, proprio come un vecchio amico. Poi, come in un brusco risveglio, tutto è stato travolto. I sogni si sono trasformati in realtà, in una brutta realtà. Prima la bomba, poi la guerra aperta. E alle vittime del 12 novembre, questa notte se ne aggiunta un’altra. Chissà se anche Matteo si era illuso di partire per una missione di pace. Ricordo il mio primo impatto, che pur preparato ad una Nassiriya diversa da quella che avevo lasciato a settembre, è stato per me molto brusco: era il 17 aprile pomeriggio e i bambini ai lati delle strade non sorridevano più. Non chiedevano acqua ma lanciavano sassi. E ricordo le immagini del 5 maggio con altri bambini che ballavano attorno allo scheletro di una camionetta italiana colpita da un razzo. E’ ormai più di un mese che a Nassiriya si combatte e c’è ancora chi parla di missione di pace. Una disgustosa finzione di chi sa benissimo che per gli aiuti umanitari la missione italiana non ha soldi e che quel poco che viene regalato agli iracheni è frutto di beneficenza. Siamo lì solo e soltanto perché siamo fedeli alleati degli americani. Ma senza convinzione: non abbiamo gli strumenti per ricostruire il paese e non abbiamo (per fortuna) la determinazione per fare la guerra. E abbiamo un presidente del Consiglio che invece di rimanere chiuso nel suo ufficio, ieri sera ha preferito andare alla festa per lo scudetto del Milan…. Sembrerebbe una farsa, ma sta diventando tragedia domenica, maggio 16, 2004 E' un fallimento, ma nessuno lo vuole ammettere I miei colleghi sono in salvo ma prima che a Nassiriya tornerà la calma molta acqua passerà sotto i ponti dell’Eufrate. Il racconto del salvataggio, avvenuto a più di ventiquattro ore dall’inizio dell’assedio e dopo una notte passata sotto il fuoco dei mortai, dà molto chiaramente il senso di quanto ormai gli italiani, a Nassiriya, non controllino più un bel nulla. Un ora e mezza sotto il fuoco dei miliziani per percorrere dieci chilometri spiegano perché di notte i “nostri” non sono intervenuti a rinforzare le difese dell’autorità provvisoria: la città è in mano ai ribelli, punto. L'esercito del Mahdi non ha ancora la forza per chiuderla alle forze armate straniere, per dichiararla “liberata dall’occupazione nemica” ma i miliziani sono ormai in grado di creare grosse difficoltà alle pattuglie italiane che ad ogni angolo di strada possono essere colpite. Finora è andata bene, ma fino a quando? E comunque su quali basi gli italiani potranno intavolare una trattativa con i ribelli? In dieci mesi hanno creato un consenso su basi solide? Non mi sembra affatto. I militari hanno speso pochissimo per la ricostruzione e i progetti dell’Autorità Provvisoria non hanno cambiato il volto della città. Anche la democrazia è un utopia. A Nassiriya non si è ancora votato e il governatore nominato dagli americani sabato è stato preso a calci nel sedere dai ribelli, senza nemmeno sprecare una pallottola. E anche le condizioni del carcere, con il suo corollario di torture e maltrattamenti, la dicono lunga su quanto la provincia governata dagli italiani in dieci mesi non si sia avvicinata di un centimetro ai nostri standard. Quello che stupisce, vedendo la situazione irachena dall’Italia, dopo un mese trascorso a Nassiriya, come nessuno di quelli che contano si ponga una semplice domanda: ma che ci stiamo a fare laggiù? Il dibattito, tutto politico, schiva la questione centrale: gli aiuti umanitari (nove miliardi di vecchie lire spesi in dieci mesi dal nostro contingente) sono stati del tutto insufficienti a modificare le condizioni di vita della gente di Nassiriya e della sua provincia. Il pacifismo, per una volta, non c’entra nulla. E’ la missione italiana che è fallita. E, al di là delle appartenenze politiche, bisognerebbe prenderne atto. Solo dopo si potranno discutere i “se” e i “ma”. venerdì, maggio 14, 2004 La rivolta annunciata di Nassiriya La rivolta degli sciiti infiamma nuovamente Nassiriya e stavolta non è proprio possibile meravigliarsi. Dal 4 aprile, quando i miliziani di Moqtada al Sadr occuparono per la prima volta i tre ponti sull'Eufrate che separano la città dalle basi militari italiane e americane, c'è stato uno stillicidio di attacchi contro i soldati italiani e contro la sede dell'autorità provvisoria. Un escalation che però non ha modificato nulla nella politica occidentale nella provincia di Dhi Qar, politica in cui l'Italia dovrebbe avere una parola decisiva considerato che a Nassiriya da dieci e mezzo c'è un contingente italiano e che l'autorità provvisoria sia in passato che adesso è diretta da italiani. Non è cambiato nulla nè dal punto di vista militare nè da quello civile. I militari hanno un controllo del territorio a dir poco scarso, la sicurezza continua ad essere un problema, le strade sono discariche a cielo aperto, l'acqua arriva nelle case con il contagocce, la maggioranza degli abitanti vive in condizioni di estrema povertà. E così ad un anno dalla fine ufficiale della guerra contro Saddam Hussein non siamo nemmeno in grado di dire: ma noi italiani siamo diversi dagli americani....Ma di questo sono pieni i blog che ho scritto da laggiù. In televisione sento l'ennesimo politico che parla proprio della presunta diversità della missione italiana in Iraq, un povero imbecille che non sa quello che dice o il solito presuntuoso che pensa di poter fare sempre fessi gli altri? A voi la risposta. Dopo un mese in Iraq sono poco allenato a digerire le contorsioni della politica italiana. Adesso il mio pensiero va ai tanti amici che sono a Nassiriya: prima fra tutti, Maria Cuffaro collega del Tg3 che mi ha sostituito. Sono asserragliati dentro la sede dell'autorità provvisoria: la sicurezza esterna è affidata ad una società filippina ma all'interno ci sono i soldati italiani. Contro la palazzina hanno tirato con il mortaio, finora senza danni. Speriamo bene. In bocca al lupo. Ritorno in Italia con l'amaro in bocca
Domenica 9 maggio. Ultimo giorno a Nassiriya ed ennesima inaugurazione di un presunto aiuto alle popolazioni dell’Iraq. Villaggio di Al Zaira, pochi chilometri fuori città. Mezzora per raggiungere questo abitato fatto di casette di paglia e fango. Centinaia di persone che vivono di pastorizia e di piccoli commerci. Gli italiani sono arrivati, hanno visto che la scuola cascava a pezzi ed ecco pronto un bel assegno. Quanto vi serve? Cinquantamila, centomila? Il furbo di turno tira sul prezzo, promette di rifare la scuola più bella che mai e alla fine incassa 97mila dollari, circa 80mila euro. Domenica c’è stata l’inaugurazione. Nastro, forbici e fiori. L’imprenditore era in prima fila. Ossequioso accompagna generali e colonnelli a vedere aule e gabinetti. Peccato che le mura non sono state ricostruite ma solo intonacate e che gli scarichi sono a dispersione nel terreno, senza fossa settica. I banchi dovrebbero essere nuovi ma sono quelli vecchi, restaurati alla meglio. Ma anche se tutto il progetto fosse stato realizzato alla perfezione, la cifra resta imponente per queste parti. Oltretutto, secondo qualche soldato, nel cantiere erano impiegati anche bambini. Aiuti umanitari? Meglio chiamare le cose per quelle che sono: denaro a pioggia, tanto per lavarsi la coscienza. Non la puoi nemmeno definire beneficenza, perché quella si fa a fin di bene. Qui a guadagnarci davvero è l’imprenditore, che fa questo mestiere da trent’anni: adesso lavora con italiani e americani, prima con Saddam Hussein. Almeno con il passato regime doveva stare attento a non esagerare, ora se ti distrai ti sfila di tasca anche il portafoglio. Gestisce un movimento di denaro impressionante: oltre a varie opere, come la scuola di Al Zaira, lavora alla stabilizzazione del campo di Tallil che a giudicare dalle opere in costruzione rimarrà ancora a lungo in mano americana (e italiana). venerdì, maggio 07, 2004 Le immagini di una sconfitta
Nell’era di internet e della televisione perché una sconfitta sia tale non occorrono morti e feriti. Bastano poche immagini amatoriali utili da trasmettere in tivù o per ricavarne fotografie. E’ quello che rischia di succedere con le immagini che ho trovato questa mattina alla tivù di Nassiriya: le immagini, appunto, di una sconfitta, quella subita ieri dalle forze speciali italiane a Suq Ash Shuyukh. Lo scheletro della camionetta italiana che ieri i commandos hanno dovuto abbandonare nel pieno centro della cittadina dopo un intenso e violento scontro a fuoco, sta a lì a dimostrarlo. Perché non solo hanno dovuto lasciare la jeep nelle mani degli iracheni ma, per riuscire a mettersi in salvo, hanno dovuto aspettare l’arrivo dei bersaglieri. E come se non bastasse anche i bersaglieri hanno dovuto ingaggiare uno scontro a fuoco prima di riuscire a ritirarsi insieme alle forze speciali. Lo scontro a fuoco è stato così intenso che una mitragliatrice si è inceppata e uno dei bersaglieri è rimasto ferito da un proiettile esploso in canna. Ma torniamo alle immagini. I bambini ballono e ridono. Afferrano i sassi e li lanciano tra le fiamme in segno di disprezzo. Gridano: morte all’America, tanto per loro i soldati stranieri sono tutti uguali. Il problema adesso è tutto nostro perché queste immagini smentiscono decisamente quello che proprio ieri il ministro della difesa Martino aveva affermato con nettezza: la gente di Nassiriya ci vuole bene. E sono un avvertimento: è finito il tempo dei sorrisi. TUTTE LE FOTO martedì, maggio 04, 2004 Quando i poveri non sono una priorità Giornata di ordinaria tensione a Nassiriya. Dopo l’agguato di ieri al generale Chiarini, comandante del contingente italiano, questa mattina un cartello di partiti islamici ha organizzato una manifestazione davanti alla sede della Cpa, l’autorità provvisoria emanazione dell’alleanza. Niente di particolarmente violento ma tra i manifestanti c’era anche chi agitava cartelli con il faccione arrabbiato di Moqtada al Sadr, l’imam leader dei ribelli sciiti. La governatrice, l’italiana Barbara Contini, ha ricevuto una delegazione di manifestanti e ha ottenuto di poter uscire senza problemi per una visita ad alcuni uffici pubblici in via di ristrutturazione. Un tour ad uso e consumo dei giornalisti italiani nella speranza di invertire quella che ormai non è più una sensazione ma una certezza: l’autorità provvisoria è riuscita ad incidere solo superficialmente la disperazione della gente di Nassiryia. La governatrice affronta la realtà irachena con fin troppo piglio: saluta, bacia, sorride. Dà tutto per fatto, risolto. E reagisce con fastidio a chi la critica. Mi ricorda qualcuno…. Provate ad indovinare. Comunque sia, via al tour. Prima tappa, l’ufficio passaporti. Fuori c’è un macello. Centinaia di persone accalcate che attendono i soliti intermediari, abili a far apparire complicate anche le cose più semplici. Rapaci di cui nessuno si preoccupa. La governatrice fende la folla circondata dalla sua scorta, formata da nervosi energumeni inglesi. Salta a destra e a sinistra e snocciola dati sulle spese e i tempi di realizzazione. Ma una domanda sorge spontanea: ma dei poveri, cioè di quelli che sono sotto la soglia del minimo vitale, chi se ne occupa? La risposta aleggia nell’aria mentre corriamo verso l’ufficio pensioni. Hanno verniciato gli uffici dei dipendenti mentre la sala dove si riceve il pubblico è in condizioni miserevoli. La governatrice lo ammette a fatica mentre i pensionati tendono le mani attraverso le sbarre delle finestre per avere quel poco che gli spetta. L’ufficio pensioni è quel palazzo rosa confetto che luccica di fronte al girone dei dannati di cui parlo nel blog precedente. Lì la governatrice non è mai entrata. Sa solo reiterare la tattica delle promesse. Tanto mancano meno di due mesi al 30 giugno quando la Cpa dovrebbe dissolversi nel nulla. Speriamo che chi ci lavora, al termine del loro mandato, non sia costretto a fuggire tra la rabbia degli iracheni disillusi. sabato, maggio 01, 2004 Tra i più poveri dei poveri
Per toccare il fondo della disperazione di Nassiryia basta allontanarsi poche centinaia di metri dalla sede della Cpa (Coalition Provisional Authority) in direzione nord est. E’ la stessa area da dove i ribelli tirano con il mortaio o con il lanciagranate, forse pensano che nelle zone povere della città, lì dove al peggio non c’è fine, trovano più solidarietà. La prima tappa è un ex centro sportivo. Una costruzione semi-diroccata al centro di una distesa di terra che in questi giorni di pioggia assomiglia ad una palude. Davanti ai due ingressi rottami di automobile per creare una barriera alle continue tempeste di sabbia. Entriamo nella casa di destra. E’ un grande ambiente. Sul pavimento stracci e qualche vecchio tappeto per dare una parvenza di abitabilità. Sono riusciti ad allacciarsi alla linea della corrente elettrica e c’è una vecchia televisione in bianco e nero accesa. Ci abitano tre generazioni, naturalmente l’ultima è la più numerosa; i bambini saranno almeno una decina. Tutta la famiglia siede per terra attorno ai tipici vassoi circolari che si usano da queste parti: pane gommoso a guisa di pizza e carne stufata nel pomodoro. Sono poveri ma dignitosi. Come i loro vicini di disperazione sono rientrati a Nassiryia alla fine della guerra. Speravano in tempi migliori, si erano illusi. Gli chiedo se hanno mai ricevuto aiuti umanitari: mi indicano un grande telo che utilizzano per separare l’ambiente giorno da quello notte e una stufa a kerosene. Questo è tutto. Riprendiamo il nostro giro. Con noi c’è un fotografo che è già stato più volte a Nassiryia. Si ricorda che davanti all’ufficio dove pagano le pensioni c’è un altro girone infernale. Non ci mettiamo molto a trovare l’inps locale. La palazzina è stata completamente ristrutturata con i soldi della Cpa. Tutto intorno c’è povertà e disperazione. L’hanno persino dipinta di rosa, sembra un dispetto. Davanti c’è la palazzina che cerchiamo. Se ho capito bene c’erano degli uffici di polizia. Durante la guerra, chissà se la prima o la seconda, è stata bombardata. Attorno pozzanghere di acqua verdognola e immondizia. Ci viene incontro un giovane. E’ una sorta di delegato dei disperati che abitano lì dentro. Parla qualche parola d’inglese. Ci spiega che in mezzo a quei ruderi, con gli ambienti separati da stracci o da fogli di metallo arrugginiti, abitano 23 famiglie, ossia 180 persone. I capofamiglia sono quasi tutti ex militari, l’ultima volta che hanno ricevuto dei soldi è stato qualche mese fa, in tutto trenta dollari. Le famiglie abitano ognuna in un paio di stanzette. Ci sono i poverissimi, c’è la famiglia di quello che riesce a tirare su un po’ di soldi con qualche lavoretto, c’è la vedova con il figlio handicappato. Più andiamo avanti e più è peggio. E’ una tale disperazione che non resistiamo a lungo. Uscendo faccio la solita domanda di rito: aiuti umanitari? Alla solita domanda, la solita risposta: stufa a kerosene e un pacco di the. Complimenti per la generosità. giovedì, aprile 29, 2004 Un acquedotto senza acqua
Ancora fuoco contro la CPA (Coalition Provisional Authority) di Nassiryia, l’amministrazione provvisoria emanazione delle forze di occupazione, insomma il simbolo della presenza occidentale in Iraq. Dopo l’attacco nella notte tra sabato e domenica che ha ferito due fucilieri del reggimento San Marco, ieri sera hanno sparato una granata rpg che si è fermata a pochi metri dalla porta carraia. Uno stillicidio di attacchi che sta trasformando la CPA in una casamatta che comunque rimarrà, per forza di cose, esposta alle bombe di mortaio. Hanno già speso un miliardo di vecchie lire per ricostruire un tratto di strada che è stato assorbito dal complesso e in questi giorni stanno continuando a spendere chissà quanti altri soldi per aumentare le misure di sicurezza. Che poi consistono nel coprire le postazioni con delle reti di acciaio. Lavori inutili e militari comunque esposti agli attacchi, tutto per difendere un simbolo. Che poi, a dirla francamente, è un simbolo di inefficienza visto che da quando questo organismo si è insediato la vita della gente di Nassiryia non è cambiata affatto. Un paio di giorni fa ho seguito la giornata di lavoro di un funzionario italiano che si occupa di acquedotti e di quel giro mi sono rimasti in testa solo ricordi sconfortanti. A partire dal colloquio con il direttore di tutti gli acquedotti della provincia di Dhi Qar che ha subito messo in chiaro che le condizioni degli impianti in un anno non sono cambiate affatto, anzi sono peggiorate visto che in un anno i pochi soldi a disposizione non hanno consentito di fare manutenzione. “Promesse, solo promesse” come cantava Battisti. Iniziamo il giro. Prima tappa, un magazzino vuoto. Il materiale per ricostruire l’acquedotto non è mai arrivato. Alle frontiere ci sono centinaia di camion bloccati: gli autisti hanno paura della guerra e dei saccheggi. Seconda tappa, la stazione di pompaggio: ogni due pompe, solo una funziona. Terza tappa, una casa del centro città. Appena entriamo, vicino al cancello, c’è una piccola pompa. Serve a succhiare quel filo d’acqua che scorre, soprattutto di notte, nelle tubature dell’acquedotto. In giardino c’è la buca realizzata per raggiungere la condotta: dal tubo che porta in casa non esce neanche una goccia d’acqua. Il padrone di casa apre il frigorifero e tira fuori una brocca: l’acqua è piena di terra che lui deve lasciar decantare prima di utilizzare. Quarta tappa. Il villaggio di Arge, sulla strada che dalla città porta verso le basi militari. Povere case di terracotta, fogne a cielo aperto. Qui l’acqua che esce dalle tubature è anche piena di piccoli insetti. Tutta la gente che ho incontrato mi ha accolto con gentilezza e simpatia. Accettano il disagio di vivere senza acqua con rassegnazione. Ma fino a quando? lunedì, aprile 26, 2004 AIUTOOOOOOOO!!!!!!! Ho cancellato il blog che stavo per pubblicare. Sono troppo stanco per riscriverlo da capo: volevo linkarlo alla photogallery e anzichè selezionare il tasto apposito con l'icona della catena, ho selezionato "link". Si è aperta la pagina apposita, ho fatto back e addio: pagina bianca, da spararsi. Se qualcuno ha suggerimenti in proposito, scrivete. Volevo raccontarvi del giorno dopo l'attentato alla sede dell'autorità di governo provvisoria e di un istruttivo giro per l'acquedotto di Nassiryia ched a distanza di un anno dalla fine della guerra -è proprio il caso di dirlo- fa acqua da tutte le parti. Ne parliamo domani. |